giovedì 21 novembre 2013

UNO SGUARDO STORICO SULL'ANTICO PORTO DI GENOVA (parte II)

UNO SGUARDO STORICO AL PORTO ANTICO DI GENOVA (parte II)
di Guido Giovannini Torelli

Nota sulle monete auree ed il loro valore

Le monete d'oro sono state usate come strumento di pagamento e mezzo di scambio nella compravendita di beni e servizi fino all'età moderna. Quelle che circolarono maggiormente in Europa furono il fiorino, il ducato e lo scudo: il loro valore intrinseco era dato dal peso in oro fino (24 carati) di cui erano composte. Comparativamente ognuna di esse pesava all'incirca tre grammi e mezzo.
La zecca di Genova produsse monete in vari tagli dal 1139 fino al 1814. Nel 1252 cominciò a battere il genovino di gr. 3,53 come il fiorino di Firenze. Fu coniato fino al 1415, quando aumentò di peso a gr. 3,56 e cambiò il nome in ducato. Dal 1507 al 1636 – quindi nel periodo preso in considerazione in questo scritto – Genova emetterà lo scudo che, fermo restando il peso iniziale di gr. 3,50 circa, assumerà nel tempo vari tagli e pesi ottenuti con l'ispessimento della moneta stessa.
E' un esercizio molto complesso – se non assolutamente fallace – cercare di raffrontare il valore meramente pecuniario dell'oro dei nostri giorni con quello di quei tempi lontani, essendo troppo ampie le varianti correlate (industria estrattiva, distribuzione, rate di cambio delle valute, volatilità, eccetera). A puro titolo di curiosità si può ipotizzare in maniera del tutto empirica che 400 scudi di allora, durante il corso dell'anno 2010 (e cioè in un'epoca in cui il prezzo dell'oro benché in costante ascesa non aveva ancora raggiunto dei picchi storici) potrebbero valere approssimativamente 36.500 euro. Dovremmo, invece, tenere bene a mente che il potere d'acquisto di uno scudo verso la metà del XVI secolo era di 15 giornate lavorative di 10/12 ore oppure di 40/50 chili di grano. Riassumendo:
> la cifra di 851.000 fiorini sborsata per l'elezione di Carlo V corrispondeva a circa tremila chilogrammi (vale a dire tre tonnellate!) d'oro fino;
> i 125.000 scudi pagati annualmente per armare e mantenere le galee di Andrea Doria corrispondono a circa 437 chili;
> il prezzo di 40 scudi pagati per uno schiavo rematore è di 140 grammi.
Questi dati indicativi possono essere confrontati con i 400.000 ducati (quasi 1.400 chili d'oro) richiesti al papa Clemente VII de Medici (1478-1534) quale riscatto per liberare Roma dall'assalto dei Lanzichenecchi nel Sacco di Roma avvenuto fra il 5 e l'8 maggio 1527. Clemente VII era stato eletto papa nel 1523 con l'appoggio di Carlo V ma in seguito si era alleato con il re di Francia Francesco I nella cosiddetta Lega di Cognac. Di conseguenza Carlo V manda a Roma le sue truppe mercenarie composte di quattordicimila Lanzichenecchi (dal tedesco Landsknecht, servo della patria) del Tirolo di fede luterana, comandati dal generale von Frundsberg, un veterano delle campagne contro i francesi, con il compito di sconfiggere la lega nemica ed occupare lo Stato Pontificio.
I fatti inerenti al Sacco di Roma sono narrati nella Vita di Benvenuto Cellini con dovizia di particolari: per mettere insieme il prezzo del riscatto, il pontefice chiede all'orafo fiorentino di smontare vari gioielli e tiare del tesoro vaticano e fonderne l’oro con il fine di salvare almeno le pietre preziose in essi contenuti dalle feroci razzie che la città stava subendo. Le pietre, scrive Cellini, “...le rinvolsi in poca carta ciascune e le cucimmo (in alcuni farsetti e giubbetti) adosso al Papa ... Fonduto che io ebbi l'oro, circa dugento libbre (poco meno di un centinaio di chili) lo portai al Papa, il quale molto mi ringraziò di quello che io fatto avevo, e commesse ... che mi (fossero dati) venticinque scudi, scusandosi meco che non aveva più da potermi dare.” (Vita I 38-39). Quest'oro rappresentava la prima “rata” del riscatto che, in realtà, non fu mai pagato per intero. Pressato dall'imperatore, il pontefice si rifugiò prima a Castel Sant'Angelo, poi ad Orvieto ed infine a Viterbo. Ciononostante, un paio d'anni dopo i due si riconciliarono, il debito fu cancellato e Clemente VII incoronò Carlo V.



Scudo doppio genovese del 1589

Nota sulla tratta degli schiavi
Gli schiavi che arrivavano sule navi dei conquistadores erano inizialmente tutti concentrati nelle città di Siviglia e Granada da dove erano poi smistati nei vari stati europei: la famiglia Fornari, fra le più attive in questo tipo di commercio era, infatti, originaria di Granada con il nome di Fornario o Fornerio e solo più tardi un ramo di essa si trasferì a Genova per curarvi direttamente i propri affari. I prezzi andavano da 30 a 40 scudi per quelli da destinare alle galee. Le donne più giovani e di migliore aspetto così come gli uomini più prestanti non erano destinati ai lavori pesanti e costavano fino a 50 scudi. La regina Isabella la Cattolica – la stessa che aveva finanziato il viaggio di Cristoforo Colombo – cercò sempre di opporsi alla diffusione della schiavitù. Fu, quindi, negli anni dopo la sua morte nel 1504 che il traffico dei nativi dell'America meridionale diretti verso la Spagna cominciò ad avere un grande impulso.

Nota sulle galee

 La galea è l'evoluzione naturale delle antiche navi greche, come quelle descritte da Omero, che furono usate nel Mar Mediterraneo per oltre tremila anni. Argo, la nave di Giasone e degli Argonauti alla ricerca del vello d'oro nel Mar Nero, era un prototipo di galea. Anticamente era spinta solo dalla forza dei remi; successivamente furono aggiunti uno o due alberi con le relative vele. Il suo declino cominciò dal XVII secolo, quando fu progressivamente soppiantata dai grandi velieri.
 La galea (dal greco galèos, squalo) – lunga da 40 a 50 metri, alta circa 8 – era sottile ed agile sul mare. Raccoglieva a bordo 250-300 uomini in 250 mq di spazio fruibile. Il nucleo predominante (150-170) era composto di rematori, prevalentemente schiavi. In quell'epoca uno schiavo rematore di buona costituzione poteva valere 40 scudi. Nel caso invece di forzati (i prigionieri di guerra condannati a più di sei anni) un rematore non costava assolutamente nulla poiché era proprio ai remi che scontava la sua pena: è per questo motivo che le galee si chiamavano anche galere ed i galeotti hanno questo nome. Molto spesso, nel caso di arrembaggi, anche i rematori erano chiamati a combattere nei corpo-a-corpo all'arma bianca (spade e coltelli).


Nel  XV secolo queste imbarcazioni cominciarono ad essere armate con un cannone nella corsia centrale più alcuni altri più piccoli sui lati della prua. Furono poi aggiunti un rostro a prua per gli arrembaggi insieme a due alberi (alternativamente di maestra, di mezzana o di trinchetto secondo la loro posizione verso prua o verso poppa) con vele quadre o latine. Queste però erano usate solo durante la navigazione in quanto, durante i combattimenti, le manovre con i remi erano più rapide ed efficaci.
Costruire una galea genovese da combattimento costava mediamente intorno ai 7200 ducati (di cui circa 3000 per il cantiere e la mano d'opera) ed impegnava 300 tronchi di legno, da 10 a 15 carpentieri coordinati da un mastro d'ascia, 5 fabbri per le installazioni militari e 2 operai per le attrezzature e rifiniture.



Modellino di galea genovese completa di alberi


Graffito nella torre del Palazzo Ducale - Foto di Lidia Giusto

Nota bibliografica e fonti

Per la stesura di questo scritto sono stati consultati:
> i testi di Hugh Thomas: I Fiumi dell’Oro, Mondadori, Milano 2006, e The Conquest of Mexico, London, 1993;
> le cifre delle importazioni d’oro dal continente sud americano verso la Spagna sono basate sull’accuratissimo studio di Earl Hamilton: American Treasure and the Price Revolution in Spain 1501-1650, Cambridge MA 1934.
> lo studio di Geo Pistarino sulla Tratta di schiavi tra Genova e la Spagna nel secolo XV, pubblicato in Medievalia 7, 1987, pp. 125-149;
> la voce Doria Andrea nel Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, vol. 41, 1992, a cura di Edoardo Guendi;
> il catalogo della mostra L'Età di Rubens, Palazzo Ducale di Genova, a cura di Piero Boccardo, Skira, 2004.

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