UNO SGUARDO STORICO AL PORTO ANTICO DI GENOVA (parte II)
di Guido Giovannini Torelli
Nota sulle monete auree ed il loro valore
Le monete d'oro sono state usate come strumento di pagamento e mezzo di
scambio nella compravendita di beni e servizi fino all'età moderna. Quelle che
circolarono maggiormente in Europa furono il fiorino, il ducato e lo scudo: il
loro valore intrinseco era dato dal peso in oro fino (24 carati) di cui erano
composte. Comparativamente ognuna di esse pesava all'incirca tre grammi e mezzo.
La zecca di Genova produsse monete in vari tagli dal 1139 fino al 1814.
Nel 1252 cominciò a battere il genovino di gr. 3,53 come il fiorino di Firenze.
Fu coniato fino al 1415, quando aumentò di peso a gr. 3,56 e cambiò il nome in
ducato. Dal 1507 al 1636 – quindi nel periodo preso in considerazione in questo
scritto – Genova emetterà lo scudo che, fermo restando il peso iniziale di gr.
3,50 circa, assumerà nel tempo vari tagli e pesi ottenuti con l'ispessimento
della moneta stessa.
E' un esercizio molto complesso – se non assolutamente fallace – cercare
di raffrontare il valore meramente pecuniario dell'oro dei nostri giorni con
quello di quei tempi lontani, essendo troppo ampie le varianti correlate
(industria estrattiva, distribuzione, rate di cambio delle valute, volatilità,
eccetera). A puro titolo di curiosità si può ipotizzare in maniera del tutto
empirica che 400 scudi di allora, durante il corso dell'anno 2010 (e cioè in
un'epoca in cui il prezzo dell'oro benché in costante ascesa non aveva ancora
raggiunto dei picchi storici) potrebbero valere approssimativamente 36.500
euro. Dovremmo, invece, tenere bene a mente che il potere d'acquisto di uno
scudo verso la metà del XVI secolo era di 15 giornate lavorative di 10/12 ore
oppure di 40/50 chili di grano. Riassumendo:
> la cifra di 851.000 fiorini sborsata per l'elezione di Carlo V
corrispondeva a circa tremila chilogrammi (vale a dire tre tonnellate!) d'oro
fino;
> i 125.000 scudi pagati annualmente per armare e mantenere le galee
di Andrea Doria corrispondono a circa 437 chili;
> il prezzo di 40 scudi pagati per uno schiavo rematore è di 140
grammi.
Questi dati indicativi possono essere confrontati con i 400.000 ducati
(quasi 1.400 chili d'oro) richiesti al papa Clemente VII de Medici (1478-1534)
quale riscatto per liberare Roma dall'assalto dei Lanzichenecchi nel Sacco di
Roma avvenuto fra il 5 e l'8 maggio 1527. Clemente VII era stato eletto papa
nel 1523 con l'appoggio di Carlo V ma in seguito si era alleato con il re di
Francia Francesco I nella cosiddetta Lega di Cognac. Di conseguenza Carlo V
manda a Roma le sue truppe mercenarie composte di quattordicimila
Lanzichenecchi (dal tedesco Landsknecht, servo della patria) del Tirolo
di fede luterana, comandati dal generale von Frundsberg, un veterano delle
campagne contro i francesi, con il compito di sconfiggere la lega nemica ed
occupare lo Stato Pontificio.
I fatti inerenti al Sacco di Roma sono narrati nella Vita di
Benvenuto Cellini con dovizia di particolari: per mettere insieme il prezzo del
riscatto, il pontefice chiede all'orafo fiorentino di smontare vari gioielli e
tiare del tesoro vaticano e fonderne l’oro con il fine di salvare almeno le
pietre preziose in essi contenuti dalle feroci razzie che la città stava
subendo. Le pietre, scrive Cellini, “...le rinvolsi in poca carta ciascune e
le cucimmo (in alcuni farsetti e giubbetti) adosso al Papa ... Fonduto
che io ebbi l'oro, circa dugento libbre (poco meno di un centinaio di
chili) lo portai al Papa, il quale molto mi ringraziò di quello che io fatto
avevo, e commesse ... che mi (fossero dati) venticinque scudi,
scusandosi meco che non aveva più da potermi dare.” (Vita I 38-39).
Quest'oro rappresentava la prima “rata” del riscatto che, in realtà, non fu mai
pagato per intero. Pressato dall'imperatore, il pontefice si rifugiò prima a
Castel Sant'Angelo, poi ad Orvieto ed infine a Viterbo. Ciononostante, un paio
d'anni dopo i due si riconciliarono, il debito fu cancellato e Clemente VII
incoronò Carlo V.
Scudo doppio genovese del 1589
Nota sulla tratta degli schiavi
Gli schiavi che arrivavano sule navi dei conquistadores erano
inizialmente tutti concentrati nelle città di Siviglia e Granada da dove erano
poi smistati nei vari stati europei: la famiglia Fornari, fra le più attive in
questo tipo di commercio era, infatti, originaria di Granada con il nome di
Fornario o Fornerio e solo più tardi un ramo di essa si trasferì a Genova per
curarvi direttamente i propri affari. I prezzi andavano da 30 a 40 scudi per
quelli da destinare alle galee. Le donne più giovani e di migliore aspetto così
come gli uomini più prestanti non erano destinati ai lavori pesanti e costavano
fino a 50 scudi. La regina Isabella la Cattolica – la stessa che aveva
finanziato il viaggio di Cristoforo Colombo – cercò sempre di opporsi alla
diffusione della schiavitù. Fu, quindi, negli anni dopo la sua morte nel 1504
che il traffico dei nativi dell'America meridionale diretti verso la Spagna
cominciò ad avere un grande impulso.
Nota sulle galee
La galea è l'evoluzione naturale
delle antiche navi greche, come quelle descritte da Omero, che furono usate nel
Mar Mediterraneo per oltre tremila anni. Argo, la nave di Giasone e degli
Argonauti alla ricerca del vello d'oro nel Mar Nero, era un prototipo di galea.
Anticamente era spinta solo dalla forza dei remi; successivamente furono
aggiunti uno o due alberi con le relative vele. Il suo declino cominciò dal
XVII secolo, quando fu progressivamente soppiantata dai grandi velieri.
La galea (dal greco galèos,
squalo) – lunga da 40 a 50 metri, alta circa 8 – era sottile ed agile sul mare.
Raccoglieva a bordo 250-300 uomini in 250 mq di spazio fruibile. Il nucleo
predominante (150-170) era composto di rematori, prevalentemente schiavi. In
quell'epoca uno schiavo rematore di buona costituzione poteva valere 40 scudi.
Nel caso invece di forzati (i prigionieri di guerra condannati a più di sei
anni) un rematore non costava assolutamente nulla poiché era proprio ai remi
che scontava la sua pena: è per questo motivo che le galee si chiamavano anche galere
ed i galeotti hanno questo nome. Molto spesso, nel caso di arrembaggi,
anche i rematori erano chiamati a combattere nei corpo-a-corpo all'arma bianca
(spade e coltelli).
Nel XV secolo queste imbarcazioni
cominciarono ad essere armate con un cannone nella corsia centrale più alcuni
altri più piccoli sui lati della prua. Furono poi aggiunti un rostro a prua per
gli arrembaggi insieme a due alberi (alternativamente di maestra, di mezzana o
di trinchetto secondo la loro posizione verso prua o verso poppa) con vele
quadre o latine. Queste però erano usate solo durante la navigazione in quanto,
durante i combattimenti, le manovre con i remi erano più rapide ed efficaci.
Costruire una galea genovese da combattimento costava mediamente intorno
ai 7200 ducati (di cui circa 3000 per il cantiere e la mano d'opera) ed
impegnava 300 tronchi di legno, da 10 a 15 carpentieri coordinati da un mastro
d'ascia, 5 fabbri per le installazioni militari e 2 operai per le
attrezzature e rifiniture.
Modellino di galea genovese completa di alberi
Nota bibliografica e fonti
Per la stesura di questo scritto sono stati consultati:
> i testi di Hugh Thomas: I Fiumi dell’Oro, Mondadori, Milano
2006, e The Conquest of Mexico, London, 1993;
> le cifre delle importazioni d’oro dal continente sud americano
verso la Spagna sono basate sull’accuratissimo studio di Earl Hamilton: American
Treasure and the Price Revolution in Spain 1501-1650, Cambridge MA 1934.
> lo studio di Geo Pistarino sulla Tratta di schiavi tra Genova e
la Spagna nel secolo XV, pubblicato in Medievalia 7, 1987, pp. 125-149;
> la voce Doria Andrea nel Dizionario Biografico degli Italiani,
Treccani, vol. 41, 1992, a cura di Edoardo Guendi;
> il catalogo della mostra L'Età di Rubens, Palazzo Ducale di
Genova, a cura di Piero Boccardo, Skira, 2004.
Per maggiori informazioni ed
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